Il Gruppo Padano di Piadena

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     La guerra dei tre anni

diario del tempo felice

 

 

Il tempo felice è quello della nostra fanciullezza, quando facevamo i casotti e le guerre, e dopo ogni battaglia eravamo più amici di prima.
I casotti erano le nostre cittadelle, le "nostre" case senza genitori, senza nessuno che ci comandava.
Facevamo noi le leggi e le rispettavamo.
Che battaglie!
Era un tempo felice che adesso è finito perché diventiamo grandi.

Noi di Drizzona


Nascita dei "casotti"

Il primo a costruire un casotti sono stato io.
D'inverno, tutti i giorni, io, Giuliano, Livio, Davide e altri, andavamo sotto i barchessali di Donini. Lì c'erano i pagliai e in mezzo alle balle scavavamo gallerie fra loro collegate. Pareva di essere in una caverna e ognuno cercava riparo contro i nemici e anche contro il padrone.
Alla bella stagione i casotti li costruimmo in campagna. (Flavio)

Una volta, mentre giocavamo, arrivò il padrone. Tutti gli altri lo avevano visto in tempo, io invece no perché in quel momento ero nascosto nelle gallerie.
- Il padrone!- gridarono scappando
Il padrone si mise a rincorrerli, gridando:
- Lazzaroni! Stupidi- e aveva in mano un bastone.
Io stavo nascosto nella grotta più profonda aspettando che se ne andasse. Quando sentii tutto calmo, uscii: infatti non c'era nessuno. Ma da un tratto sentii dietro di me dei passi: era lui.
Feci uno scatto, ma lui, più pronto, mi sferrò una botta sulla schiena. (Tonino)

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Vita e regole nel casotto di Walter

Questo primo casotto lo facemmo vicino al cimitero perché riparato dal muro della cascina di Buzzago. L'abbiamo costruito io, Gabriele, Stefano, Elio, Virginio e Zecchini.
D'inverno erano stati messi da parte i pali levati dalla vigna; noi prendemmo quelli di scarto e li piantammo nella terra, contro il muro e dall'altra parte. Dopo andammo a raccogliere dei lunghi rami flessibili di platano, dalle grandi foglie e cominciammo a costruirlo. Da una parte mettevamo le foglie, dall'altra i rami ben piantati nella terra; sopra, le carèze: era come una casa.
Certe volte dividevamo il casotto in due stanze: da letto e di lettura (là leggevamo i giornalini!); poi c'era una grande stanza dove conversavamo. Chi voleva riposare o dormire andava di là, altri uscivano a costruirsi il giavellotto, la fionda, oppure aiutavano chi lavorava o giocavamo.
Dopo parecchi giorni vennero al casotto a giocare delle ragazze: c'era la Bassi Pierina, la Nadia, la Penna. Eh, quelle ce l'avevano qualche morsetto! Giocavamo a nasconderci insieme a loro.
Quando non sapevamo che fare andavamo negli orti vicini a rubare finocchi e prugne; ci riempivamo la camicia e al casotto facevamo fuori tutto.
Il capo era eletto da noi. Un giorno distribuimmo dei foglietti di carta sui quali scrivemmo il nome del compagno preferito. Chi avesse avuto più biglietti sarebbe diventato capo. Walter era sempre lui l'eletto.
Certi giorni facevamo le prove per difendere il casotto da un eventuale attacco. Noi stavamo nascosti, altri fingevano un attacco. Noi ci stringevamo perché così era più facile vincere. (Flavio)

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Il ferro

Fu nel 1957. Walter ci disse:- Facciamo raccolta del ferro vecchio, che prendiamo un po' di soldi?-
-Si-
Da allora andammo alla ricerca di filo di ferro, vecchi cardini, ferri di cavallo che trovavamo dentro i recinti, scatole di latta. Dove nasconderlo? Nel casotto. Decidemmo di accumularlo là per venderlo poi all'uomo di Vescovato che passava ogni martedì.
Una mattina che non potei andare nel casotto perché dovevo andare nei campi, Giuliano, che c'era già stato, mi viene dietro e mi dice: "Guarda Flavio che nel casotto non ti vogliono più!"
"Allora li lascio" dissi
"Se te ne vai tu me ne vado anch'io" disse Giuliano.
Per me fu un grande dispiacere decidere di abbandonare il casotto che avevo costruito : là io lavoravo mentre gli altri andavano in cerca di materiale. Eravamo sempre insieme, giocavamo a fare la lotta…ma se essi non mi volevano più!…
Per far loro la guerra decidemmo di portargli via il ferro.
Gabriele era a letto, Virginio, Valter e gli altri erano andati da Alfredo a procurarsi camere d'aria per le fionde. Nel casotto restai io insieme a Giuliano e a Virginio. Io e Giuliano ci decidemmo sottovoce: "Adesso mandiamo via anche lui e portiamo via il ferro".
"Virginio, va da Alfredo che ti chiama!" gli dissi.
Appena fu partito raccogliemmo il ferro e via a nasconderlo. Quando stavamo portando via il secondo blocco di ferro, Giuseppe (che noi chiamavamo scugnizzo) ci inseguì e ci portò via un po' di ferro, ma mentre se la svignava lo prendemmo e gli affibbiammo due ceffoni.
Arrivati alla porta della cascina non c'era nessuno. Deponemmo il ferro, mentre lui ci inseguiva sempre. Allora chiamammo: "Vieni, Giuseppe, che siamo con te". Quando fu a 5 o 6 metri, con un palo gli demmo una botta sulla testa. E' sparito.
Quando Elio arrivò, gli dicemmo: "Il ferro è già nascosto".
"Avete fatto bene, un'altra volta imparano; e sapete cosa facciamo adesso? Gli buttiamo giù il casotto".
Pagliari, un bracciante, la mattina seguente cominciò a segare lungo la riva del fosso dove noi avevamo nascosto il ferro e lo trovò. Noi, appena lo vedemmo, ne portammo via un po'; quello rimasto lo tenne lui e un po' ne diede agli altri.
La mattina dopo, verso le 11 ritornammo al nostro vecchio casotto e lo distruggemmo. Uno stava di guardia, mentre l'altro lo demoliva. I nostri vecchi amici erano nell'aia a giocare, li sentivamo gridare; quando sembrava che si avviassero verso il casotto quello di guardia avvertiva e ci nascondevamo. Lo distruggemmo tutto (Flavio)

Così il gruppo si divise. Flavio, Giuliano ed altri si costruirono un casotto per loro.
Ragazzi di altre contrade, riuniti in bande si organizzarono da quel momento in vari altri casotti.
I grandi questi preparativi li chiamano "riarmo" o "mobilitazione"

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Casotto di piazza

Da noi non c'erano capi perché eravamo in pochi e anche perché se uno di noi diceva una cosa sbagliata gli altri la discutevano; noi si ascoltava che la diceva più giusta.
Io e Giuliano abbiamo inventato l'arco con le frecce costruite con bacchettine metalliche di ombrello.
Quando ci riunivamo facevamo i piani tutti insieme, da noi non c'erano capi.
Alla banda appartenevo io, giuliano, Italo, Roberto, Delfo e Giuseppe. (Flavio)

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Casotto nel cimitero

Noi ci rispettavamo tutti, però qualche volta qualcuno faceva il "furbo" e saltavano, giocando, contro il casotto. Ma quando c'era da fare la guerra…c'erano tutti!
Appena fuori di scuola, si buttava la cartella su una sedia e via!
Walter era il capo, ma era un fifone. Lui stava sempre indietro, mentre noi andavamo avanti, io e un altro.
Ah, noi...
La nostra arma era la fionda. Con secchi andavamo a raccogliere i sassi e poi ci buttavamo nei fossi: uno da una parte, uno dall'altra e via! (Moro)

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Casotto nel Laghetto

Noi eravamo quelli che inventavamo sempre armi nuove, come le frecce incendiarie e la balestra.
L'inventore della balestra fu Bertolotti. Egli prese un arco, gli applicò un bastone formando come una croce. Lanciava più che un archetto: arrivava a 80 metri.
Noi nel casotto ci stavamo poco, eravamo sempre fuori perché c'era una bella ombra.
Da noi era eletto capo il più bravo nel maneggio delle armi.
Io a casa avevo un capottino in cui un tempo mettevamo le anitre, era abbandonato perché invaso dai topi. Là io avevo la mia armeria; quando andavamo al casotto quelle armi le portavamo sempre con noi.
Avevo costruito anche un giavellotto con una punta di ferro lunga quattro dita.
Alla banda appartenevo io, Dario, Davide e Ferdinando. (Tonino)

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Casotto della zona Pontirolo

Quando c'era da costruire i casotti mi piaceva lavorare con Livio. Invece mi piaceva poco la guerra. Battaglie io ne ho fatte poche, certo che quando venivano ad attaccarci non si poteva star con le mani in mano se no le si prendeva, bisognava impugnare una fionda e lanciare.
A Livio piaceva costruire le fionde, era bravo a tagliare gli elastici diritti (noi andavamo a casa sua a farceli tagliare). Poi andavamo nei campi a cercare forcelle adatte. E Livio teneva sempre per sé le più belle e qualche volta si brontolava.
"Dici che noi tiriamo male e tieni tu le forcelle più belle!".
A me piaceva di più tirare con l'arco. Lo costruivamo con un bastone molto flessibile al quale applicavamo un elastico con una pezzuola; poi preparavamo bastoncini sottili e diritti ai quali, fatta la punta, mettevamo un chiodo. Con pezzi di cartone facevamo i centri, li mettevamo contro una pianta grossa e si…sparava cercando di fare centro. Mi piaceva ed ero bravo. Ma nelle guerre l'arco serviva poco, frecce ce n'erano poche, invece i sassi si mettevano in tasca, e c'erano quelli che ci seguivano col secchio per rifornirceli. Io ero uno di questi.
Uno dei bravi con la fionda era Livio. (Franco)

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Leggi

Da noi c'era un capo che veniva eletto da tutti. Uno, se non era contento, poteva dire:"Io non sono contento del capo". Non si facevano biglietti, lo si diceva a voce e si votava: chi aveva più voti diventava capo.
Il capo doveva tenere la disciplina nel casotto. C'erano queste leggi:

1- Tutti dovevano lavorare
2- I traditori saranno puniti con la legatura delle mani e dei piedi al palo

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Armi

Le nostre armi erano: frecce, archi, fionde, giavellotti, coltelli, spade, scimitarre di legno. Le armi erano depositate all'entrata del casotto.
Ettore ci procurava la nafta: con uno straccio imbevuto si facevano frecce incendiarie e ci esercitavamo a lanciare. Certe volte provavamo i lanci dall'interno del casotto, da un buco fatto apposta: guardavamo se eravamo capaci di mirare e di colpire. Le prime volte le frecce cadevano vicine perché urtavano contro i rami, ma sempre più diventavamo precisi. Una volta però, a forza di far buchi da cui lanciare frecce, facemmo cadere il casotto.
Noi avevamo le sentinelle: una sul prato, a tre metri di dislivello; al di là del fosso, un'altra. Le sentinelle continuavano ad andare avanti e indietro, fin che il percorso era pulito come un pavimento. Certe volte il padrone del campo urlava.

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Il casotto

Era formato da una bella stanza e da una specie di panca scavata nella terra. Si stava bene là dentro, sul fieno, che andavamo a rubare.
Noi abbiamo fatto poche guerre; quando era per scoppiarne una, io calmavo tutti.
Alla banda appartenevo io, Enrico, Claudio, Franco, Ettore, Giuseppe (questo veniva saltuariamente ed era anche un traditore). (Livio)

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Guerra sui tetti

Usciti da scuola corremmo a casa a buttare la borsa, prendemmo la nostra fionda e dicemmo: "Ora facciamo la guerra al Canton fumana (quelli vicino al cimitero)".
Ci spogliammo degli abiti di scuola e ci vestimmo con quelli brutti.
Intanto gli altri si erano preparati e ci aspettavano alla cascina di Gabriele: per vincere dovevamo andare all'assalto della cascina.
Cominciammo con qualche sassata lanciata a mano, per timore di rompere qualche testa, ma poi essi salirono sui tetti e noi dovemmo usare le fionde per colpirli. Essi da lassù, erano facilitati: noi invece eravamo in difficoltà a tirare in alto. Erano saliti sui tetti perché i muri e le porte avevano fessure dalle quali noi potevamo lanciare, mentre essi non potevano, là chiusi, difendersi e attaccare; appena avessero messo il capo alla fessura li avremmo beccati. A dare l'ordine di salire sui tetti sarà stato certamente Walter, era lui infatti che li comandava.
A un certo punto salirono su una muraglia da una scala; lassù c'erano delle finestre e altra legna, dietro la quale si nascondevano. Noi non li vedemmo subito e ci fischiavano vicine sassate pericolose e non sapevamo da dove venissero.
Ma poi riuscimmo a farli scendere, proprio mentre usciva da casa la mamma di Gabriele che si mise a gridare: "Briganti, lazzaroni, tutto il giorno qui a far arrabbiare, a disturbare!"
Ed era vero. Prima di andare a scuola andavamo lì, certe volte a giocare, altre a far la guerra; al pomeriggio ancora. Quando entrò noi scappammo perché avevamo paura del padre della Pierina, che era velocissimo e se ci avesse arrivato nessuno ci avrebbe levato una serie di ceffoni.
Tornammo indietro, ma poco, poi ritornammo all'assalto. Ettore impugnava un bastone, una pianticella strappata; la porta era rappezzata con un'asse sottile che s'era marcita sotto la pioggia. Lui, bim, bam, picchiò nell'asse e fece un buco: da quel buco noi sparavamo e loro dovevano star lontani dalla porta. Era un buco grosso, ci passavano anche pietre.
Vedendo che non ce la facevano a vincere, presero una scala e risalirono sui tetti portandosi dietro una irroratrice: e spruzzavano giù. Uno teneva il getto, un altro pompava. Dopo però portarono su secchi pieni d'acqua e giù acqua, giù acqua! Ma non riuscirono a ricacciarci perché loro erano sempre sotto il fuoco delle nostre sassate, che partivano da dietro a una fila di piante che ci coprivano.
A un certo punto riuscimmo a farli scendere e ad aprire la porta. La cascina, per noi, era come una città e noi la assediavamo. Tutt'intorno c'era la muraglia e bisognava per forza entrare dalle porte.
Per difendersi essi allora si nascosero dietro la legnaia. E la sorella di Gabriele intanto ci gridava. Io, in quel momento, presi un sasso grosso da lanciare dietro alla legnaia. Pensai: se lo alzo molto, cade quasi a picco dietro la legnaia e li colpisco. Invece fece una parabola un po' tesa, sfiorò la testa a uno e colpì una bottiglia che era su una finestra: andò in mille pezzi!
Allora saltò fuori anche la madre di Gabriele con un grosso bastone; noi dovemmo ritirarci, e non attaccammo più.
Questa fu una battaglia in campo aperto causata da sfide personali: "io sono più bravo di te, più forte", si diceva. E un bel giorni si attaccava.
Loro non hanno mai ammesso di aver perso, noi però li abbiamo fatti ritirare. E' stata una battaglia degli ultimi giorni di scuola, in giugno. (Livio)

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Battaglia fra i vetri delle case popolari

Eravamo tutti insieme e parlavamo delle nostre guerre fatte per il ferro, quando arrivò Zecchini che si mise anche lui a discutere. Intanto qualcuno sporcò di escrementi la sua bicicletta. Zecchini incolpò Italo e bisticciarono. Flavio e Gabriele andarono in difesa di Italo, allora Zecchini disse:"Adesso vedrete cosa succede!". Andò a chiamare Elio, Sandro e Capella e vennero tutti lì.
Italo, Flavio e Gabriele, per ripararsi, andarono davanti all'uscio delle case popolari, dietro la siepe di sempreverdi e Pippo era dietro i vetri, dietro un finestrone. Alzava l'imposta, sporgeva il capo, sparava. Lui è mancino. Prima delle case popolari ci sono i paracarri: gli altri si riparavano dietro a quelli e sparavano. Io ero nascosto oltre le scuole e guardavo la battaglia; a volte sassi mal lanciati arrivavano fin lì. Fra me ridevo vedendo sassi lanciati a tutta forza passare in mezzo ai vetri e fracassarne nemmeno uno. Passavano sopra o sotto l'imposta senza frantumare niente.
Dopo, Flavio, Giuliano e Italo saltarono fuori dalle case popolari e si arroccarono nel cortile delle scuole nascondendosi dietro la scalinata e finirono, per salvarsi, nell'aia del "Barbison". Quella era la loro fortezza. Se gli attaccanti avessero voluto entrare avrebbero preso bastonate, oppure i difensori si sarebbero nascosti fra le balle di paglia, e chi poteva prenderli là?
Loro stavano sempre in alto, mentre gli altri dovevano star fuori dalla muraglia.
La battaglia finì con la ritirata di Flavio, Giuliano e Italo nell'aia del "Barbison". Ma il vincitore con c'era mai, perché quelli che si erano ritirati dicevano che avevano vinto e gli altri dicevano:"noi vi abbiamo fatto scappare". (Livio)

C'era anche un altro nemico contro il quale certe volte dovevamo lottare con coraggio: il temporale.

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I temporali

Quando venivano i temporali, se ci pareva che il casotto potesse tenere l'acqua, stavamo là dentro. Se il temporale veniva tardi, andavamo a casa.
Quando invece veniva verso le due o le tre del pomeriggio, stavamo dentro. Una gran paura il temporale la faceva a nessuno.
Una volta ci fece un buco sul tetto del casotto. Il vento ce l'aveva chinato un po'; e per rinforzarlo noi ci mettemmo un palo di rinforzo, ma l'acqua con la forza fece dei buchi nel soffitto e così il casotto era allagato. Allora aprimmo il casotto da una parte, lo asciugammo con la paglia e lo ricoprimmo con careze facendolo diventare come nuovo. (Franco)

In quel tempo della nostra guerra accaddero anche fatti pericolosi e disonesti che ora non faremmo più: rubammo.

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Il ferro del cantiere

Se i ferrovieri ci avessero pescato ce l'avrebbero fatta pagare cara.
Un giorno io e Chittò andammo al cantiere. Conoscevamo già il pezzo di ferro che dovevamo staccare, perché l'avevamo già preparato: era il timone del treno, al quale era attaccato un bel pezzo di ferro che sarà stato dieci chili. C'erano vagoni della guerra dei grandi, lì in sosta, da portare in carrozzeria. Quei treni li vedevamo sempre là e dicevamo: "Andiamo là a grattare (rubare) qualche pezzo di ferro?".
Andammo là con tenaglie, pinze e un martello per staccare le "biette".
Uno stava di guardia a scrutare se si avvicinavano i ferrovieri e l'altro staccava. Prima di dare la martellata stavamo in ascolto se c'era qualche rumore, poi picchiavamo. Il ferro che volevamo staccare era lungo e alla botta vibrava e faceva: tennnn… e noi, appena vibrata da martellata, lo prendevamo in mano per non farlo vibrare. Aspettavamo un po', uno guardava se veniva qualche ferroviere, poi giù un'altra martellata e così fin che era staccato.
Dopo, mettemmo tutto sul carrettino e cominciammo la via del ritorno.
Al cantiere c'era mio zio che caricava il fieno insieme a Panizza e ci disse: "Cosa portate via?"
"Niente….siamo venuti a prendere della terra" e via dritti. Sullo stradale ci fermammo a vedere se c'era qualcuno, poi infilammo un viottolino e portammo il ferro in un fosso, dove c'erano canne palustri. Lo lasciammo là qualche giorno, poi andarono Livio e Chittò a prelevarlo per venderlo a quello di Vescovato. (Flavio)

L'avevano nascosto alla "Moia": era nell'acqua e si vedeva appena un affarino e Franco disse: "Anch'io sono stato nell'affare del ferro e mi raccontò".
"Voi siete matti! Se vi pescano chissà quanti soldi vi fanno pagare!" gli dissi.
Infatti al cantiere prima c'era sempre la polizia intorno ai vagoni, ma più tardi, quando restarono solo poche carrozze malandate, le trascuravano.
Un pomeriggio Franco mi disse: "Vieni che t'insegno dov'è".
Essi dicevano: "Peserà 40 chili". Invece pesava 18 chili e mezzo.
Prendemmo il ferro, ah com'era pesante!, e appena tirato su ci sfuggì di mano e scivolò in un fossatello pieno di fango, così ci toccò di entrare nel fango fino alle cosce per tirarlo fuori. Eravamo andati là con martello e tenaglia per smontarlo un po', perché era un pezzo troppo grosso. Lo portammo su un'altura che noi chiamavamo la muntagnina, poi, trascinandolo giù lo buttammo in un fossatello dove c'era del fieno e delle rastrellature secche. Lo mettemmo di nuovo in un fosso con l'acqua, un altro giorno lo levammo e dopo aver levato i pezzi che era possibile levare (avremo lavorato circa due ore a turni intorno a quel ferro) lo mettemmo in un fosso e lo coprimmo di rastrellature. Che botte su quel ferro! A forza di battere per raddrizzare quelle biette, andai a casa con le mani rotte, e anche perché Franco, picchiando, a volte mi picchiava martellate sulle dita: si imprecava.
Lo nascondemmo. Lo lasciammo là tre giorni e il martedì mattina Franco mi disse: "Allora, stè ferro, lo vendiamo o lo lasciamo là?"
"Vendiamolo".
Alle undici (in vescovatino passava sempre verso l'una) andammo al fosso, sfilammo una palatoia, ve lo caricammo sopra e lo portammo vicino alla strada dalla quale sarebbe passato il vescovatino, e lo nascondemmo nel granoturco. Poi ci mettemmo sotto un'ombra, e intanto dicevamo:
"Quel cane non arriva mai!"
"Che sia già passato?"
Facevamo già i conti di quanto avremmo preso.
"Dunque: è 40 chili. Beh, noi non vogliamo molto, vogliamo 15 lire al chilo".
"Prenderemo 500 o 600 lire"
"Io dico che prenderemo anche di più".
Non facemmo previsioni di quel che avremmo fatto con quei soldi, pensavamo solo che avere in tasca dei soldi è sempre bello.
Dopo un po' sentimmo il rombo della sua moto: corremmo sulla strada e vedemmo alzarsi un polverone, perché allora le strade non erano ancora asfaltate.
"Quello è il vescovatino!" gridai.
Aveva una moto di quelle grosse con furgoncino di fianco e faceva gran rumore. Ci mettemmo in mezzo alla strada tutti e due con le mani alzate e lo fermammo.
"Alt!" gridammo.
Egli si fermò, discese un tratto di strabella, fermò il furgoncino e noi: "Abbiamo del ferro da vendervi; è qui nel granoturco".
Di scatto, prima ancora che parlasse, saltammo nel granoturco, afferrammo il ferro e alé, lo bilanciammo due o tre volte e gli facemmo fare un volo fin sulla strabella, che era lì vicina.
Appena visto, non lo voleva prendere: "Questo non è ferro di scarto…." Diceva.
Ma poi si decise: "Lo prenderò… a casa poi lo romperò…"
"Faccia quel che vuole- dicemmo noi- basta che lo prenda".
"Pesiamo, pesiamo" disse Chittò.
Io intanto, sulla strada guardavo se veniva qualcuno, avevo un po' fifa io. Invece Chittò contrattava.
"Costa 15, vero?"
"Costa 14" rispose il vescovatino
"Facciamo 15, questo è ferro buono, non è il fil di ferro…quello sì che vale 14!"
Intanto il vescovatino lo mise sulla bilancia.
E Chittò: " Non avrete la bilancia falsa, neh?"
"No, no" disse quello.
"Sarà 40 chili"
"18 chili e mezzo" disse il vescovatino sollevandolo con una mano.
Non arrivavamo a 300 lire dunque, mi pare che fossero 280; allora sotto a contrattare.
"Siamo in due, come si fa a spartire 280 lire? Se ce ne dà 300 facciamo 150 ciascuno. 150 va bene".
"Sta a vedere che vado a rimetterci con questo ferro; e pensare che non volevo nemmeno prenderlo!" disse.
Io intanto ero sulle spine; gli dissi: "Spicciatevi, intanto che non c'è nessuno!".
Allora quello gli diede le 300 lire. Aveva tutte monete da cento e gli facemmo cercare in fondo al borsellino per farci dare due monete da 50 per poter dividere la somma.
Partito, noi restammo lì con i soldi in mano.
Quelle 150 lire non le spesi subito. Chittò si prese, mi pare, tutte sigarette, io invece li risparmiai per le feste, così avevo doppia paghetta e potevo andare al cinema.
In quel tempo c'erano i casotti e si andava là a fumare e comperavo una qualche sigaretta, ma c'era anche un altro mezzo allora.: si guardava se non c'era la Bice e sit, era facile rapinare qualche pacchetto. (Livio)

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Esercitazione di mira e di tiro con l'arco

Noi di Cios avevamo un bel casotto. Si poteva in due o tre saltarvi sopra; noi ci pisciavamo sopra per collaudarlo all'acqua, ma niente, teneva. Era un bel tetto e un bel casotto.
Un pomeriggio andammo là e dicemmo: "Ora guardiamo chi sa lanciare più lontano con l'arco!"
All'aperto eravamo già capaci di fare lanci lunghi e precisi, ma dall'interno del casotto era più difficile.
Facemmo un buchino nella parete, poi provammo a piazzare la freccia, naturalmente senza guardare: la freccia doveva andare diritta. Era difficile lanciare senza vedere.
A volte lanciavamo basso, contro terra e la freccia si fermava subito. C'era una difficoltà: lì vicino c'erano delle piante che lasciavano un breve spazio per il quale doveva passare la freccia. Certe volte colpivamo le piante, e le frecce, che erano di canne sottili, si frantumavano.
La prima volta lanciavo a corta distanza, da qui a lì; invece Ettore che si era già allenato altri giorni, lanciava lontano.
Ad esercitarsi eravamo: io, Ettore e Franco Tabalori. Io arrivavo sempre ultimo, secondo arrivava Franco. A un certo punto ci presi la mano e con la mia fantasia riuscii: allora diventai uno dei primi.
Facevamo un tiro ciascuno. Dopo tre lanci individuali facevamo la classifica. Poi si ricominciava.
La freccia si impiantava perché sulla punta mettevamo un pezzetto di filo di ferro. Là dove si conficcava, si metteva il tiratore mentre un altro entrava nel casotto a tirare. Certe volte quello che segnalava il limite raggiunto dalla sua freccia, mentre l'altro era nel casotto, si metteva più avanti e diceva che la sua freccia era arrivata fin lì.
Io ero quello che lanciava più lontano, tiravo a 50 metri.
Un giorno Pigolotti mi colpì con una freccia che mi entrò con la punta nell'avambraccio e non usciva più. Ho ancora la cicatrice: ricordo che mia madre ha tribolato tanto a levarmi, con un ago, la punta.
Per quei lanci, prima usavamo quel buco piccolino, poi lo facemmo sempre più grosso. Ettore poi fece lo sciocco, si mise a strappare una pagliuzza di qui e una di là e rovinò la parete.
Io, allora, poiché lui non capiva niente, saltai sul casotto e buttai tutto all'aria.
Anche gli altri allora mi imitarono e del casotto restò solo lo scheletro, cioè i grossi pali e il filo di ferro. Dopo strappammo anche quelli.
Quindici giorni dopo però lo ricostruimmo ancora in quel posto. (Livio)

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Caccia alla lepre

Erano i primi di dicembre e a causa degli orecchioni le scuole furono chiuse per una ventina di giorni.
Si lazzaronata e andavamo sempre nella stalla di Ferrari. Là c'era un ragazzo nuovo venuto per S.Martino e giocavamo assieme. Facemmo trappole per prendere gli uccelli, lasciando alzati i cazoi, legando ad essi una corda. Appena l'uccello era entrato la tiravamo e lui restava prigioniero. Ne prendemmo pochi però.
Sotto i portici e nella stalla giocavamo a rimpiattino, Ettore montava sui manzetti e li prendeva per cavalli. Giocavamo a carte.
Un giorno Franco, Enrico e Giuseppe fecero la slitta. Era fatta di due legni lunghi 80 o 90 centimetri con le assi sopra, era bassa e a tirarla nella neve faticammo come negri, era facile rovesciarla e così facevamo delle belle svoltole.
La mattina dopo andammo giù dalla Bambina. Sopra la slitta c'era Giuseppe, perché non aveva paura di niente e poi era il più leggero di tutti. In cinque tiravamo davanti, Enrico stava dietro. Correvamo forte e arrivati in fondo voltammo da una parte, Giuseppe perse l'equilibrio e si rovesciò nella neve.
Tutti risero per la capriola e mentre si stava risalendo con la slitta per ridiscendere, Franco gridò: "Una lepre, una lepre! Eccola là che sta bevendo".
Mettemmo giù la slitta e tutti, chi con gli stivaloni di gomma, chi senza, le correvamo dietro. Lei scappava veloce e noi la rincorrevamo seguendo le sue impronte nella neve, così non la perdemmo di vista. Poi sparì. Guardammo le impronte nella neve e vedemmo che voltavano e via di corsa dietro, come cani che annusano in che direzione è scappata la lepre.
Corremmo come tanti disperati gridando:"Eccola là!".
"Eccola qua!"
"Guarda dov'è!"
"No, è là"
Certi gridavano anche se non c'era.
Di corsa, con la smania di prenderla, corremmo fino al Laghetto e, arrivati, vedemmo la lepre che nuotando passava dall'altra sponda.
"Lo attraversiamo?" gridò qualcuno.
"C'è l'acqua alta!"
"Ti gela se ti vien dentro i gambaloni".
Così la guardammo attraversare il Laghetto e delusi prendemmo la nostra slitta e ritornammo a casa. (Franco)
La strage delle bisce
Era primavera: per Pasqua.
Un giorno gli amici mi chiamarono e mi dissero: "Vieni a vedere le bisce d'acqua che abbiamo ucciso?"
Avevano ucciso tre bisce, ma una delle quali era più lunga di un metro. Le altre due erano invece molto più piccole. Le avevano ammazzate sulla strada della Bambina, dove passavano i carri. Perché in primavera le bisce vanno al sole e si arrotolano, alcune stanno dritte come rami.
Io, a dir la verità, avevo paura; andai con loro non so nemmeno io perché, ma stavo sempre un po' distante e andavo vicino alla biscia dopo che l'avevano ammazzata, allora con un bastone la picchiavo sopra fin vedevo uscire le budella.
Partimmo armati di robusti bastoni, prendemmo la strada che passa da casa mia e andammo alla Muntagnina. Appena arrivati, vedo subito una biscia, dritta come un palo, incontro al sole.
"Ragazzi! Ragazzi! Una biscia!" grido.
Enrico, che aveva in mano un rametto, le avrà dato una ventina di colpi consecutivi fin che l'ebbe rotto. Io che con una bastonata avrei potuto ammazzarla, schiacciarla, stavo distante perché avevo paura e ci andai quando l'avevano già uccisa.
Dopo ci mettemmo a camminare due da una parte e due dall'altra del fosso: io e Enrico di qui e Claudio e Cabrin di là. Io stavo vicino a Enrico perché sapevo che era coraggioso, mentre l'altro era un po' fifone, quasi come me.
A Enrico, che era coraggioso, bisce sotto i piedi non capitavano mai, invece all'altro, perché aveva paura, sì.
A un certo momento Claudio vide una massa nera e sottovoce disse: "Enrico, Enrico, la biscia!"
Enrico saltò il fosso; aveva in mano solo quel rametto. Due bisce piccole fecero a tempo a rintanarsi, l'altra rimase fuori metà; allora si mise a mollare colpi su colpi fin che la stordì. Quando arrivai io, le piantai una bastonata tremenda che la spezzai a metà. L'altro pezzo, a forza di scavare lo estraemmo. Era una biscia lunga ancor più di quelle uccise l'altro giorno.
Proseguimmo. Verso le tre e mezza o quattro (so che avevamo già fame) trovammo una biscia che mangiava una rana. Per Pasqua andavamo già a piedi nudi e Enrico, vedendo la biscia nel fosso, saltò dentro e cominciò a sferrar colpi fin che la biscia lasciò andare la rana.
Un'altra biscia, vicina a casa mia, era arrotolata al sole. Ci picchiammo sopra fin che la ammazzammo.
Quel giorno facemmo una strage. A casa, felice, lo raccontai al nonno.(Livio)

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Il passero ucciso

Eravamo in quel tempo in guerra con Flavio e Giuliano perché erano venuti a disturbarci qualche giorno prima, e avevano torto.
"Alle nove verremo ad attaccarvi!" ci aveva detto Giuliano.
I miei amici erano già pronti e poiché noi, guerre agli altri non ne avevamo mai provocate, gli altri volevano venire ad aiutarci; anche Walter volle darci una mano, anche se noi di Walter avremmo benissimo fatto a meno.
Flavio e Giuliano, certamente erano venuti a saperlo e avevano un po' paura: infatti non arrivavano mai.
"Ragazzi, intanto io vado a fare un giretto!" dissi agli amici.
Montai sul mio ciclino dalle ruote di legno e andai in piazza. Là c'era Giuliano.
"Allora, bei faccini, venite ad attaccarci?"
"No, non veniamo" disse lui.
E ci mettemmo a parlare di quello che era accaduto giorni prima. Intanto che discutevamo davanti alla Chiesa vidi una fila di passeri. Alla mattina i passeri volteggiavano e si mettevano sulla grondaia: ce n'erano tre, in fila. Al mattino i passeri vanni in cerca di cibo più che al pomeriggio; quando comincia a spuntare il sole si mettono a chiacchierare, partono, arrivano. Quei tre continuavano a girarsi attorno, faceva uno un saltarello e si tirava dietro gli altri.
Io avevo la fionda e mi ero messo a tirare alle campane per allenamento: vidi quei tre e, alè, senza tanto mirare, sparai una ghèga e colpii un passerino al petto, vicino all'ala. Il passerino non cadde subito, fece un volo e saltò sui tetti.
"Ragazzi, ho ammazzato un passeri" gridai felice. Essi neanche ci avevano badato.
Ad un tratto vedemmo il passero che precipita con le ali strette, già caput. Zam, fece in mezzo alla polvere. Lo raccolsi e lo portai a casa e lo diedi al gatto. Quel giorno dai buchi che erano a casa mia non ne avevo legato perché non ce n'erano pronti e rimediai così.
Ai passeri io tiro volentieri, alle rondini no.
Chi spara alle rondini è vigliacco. Prima di tutto sono uccelli così leggerini (io li ho presi in mano i rondinini) che se si prendono per mangiare è come mangiare un pezzo di carta, non sanno di niente. Poi la rondine è un bell'uccello, e poi mangia gli insetti dell'aria.
Prima, perché c'erano tanti uccelli, non davano tanti veleni come ora ai campi. Tutti i campi adesso sono avvelenati, sia di granoturco sia di frumento, altrimenti devono riseminarlo perché gli insetti mangiano le sementi. Invece prima, quando c'erano tanti uccelli, questo non succedeva. Ora con la caccia spietata si può dire che non ci sono più nemmeno le rondini.
Ecco perché quando vedo tirare alle rondini, se sono più piccoli di me, li prendo a schiaffi.
Vanni una domenica s'è preso due calci nel sedere. (Livio)

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L'incendio del casotto di "stumec"

In quel casotto, oltre a Stumec,c'era Dario, Coppino,Davide Pigolotti e Bertolotti. L'avevano costruito vicino al campo di Bertolotti, dove c'erano delle piante alte.
Un giorno eravamo in piazza io e Ettore, e sapevamo che quelli avevano il casotto. Ettore era un ragazzo vivace e Bertolotti gli mollava pugni nella pancia. Io ero ancora arrabbiato perché l'altr'anno me l'aveva fatta grossa: avevamo rubato insieme a lui le angurie e i soldi e aveva fatto la spia!
Quel giorno ci accordammo:"gliela facciamo pagare".
Un mattino, prima di alzarmi, pensai: "Se noi prendessimo dei tutoli e li bagnassimo nella nafta, che Ettore ha a barili perché possiede il trattore, potremmo andare al loro casotto e incendiarlo".
Deciso, al mattino andai da Ettore con una bracciata di tutoli e dei pezzi di camera d'aria. Quando il tutolo era già imbevuto vi cacciavamo dentro la camera d'aria (faceva un odore e s'infiammava subito). L'aveva rubata Ettore a suo zio. Era nuova. Facevamo i pezzetti lunghi come i tutoli da buttar dentro.
Poi buttammo i tutoli nei barili di nafta: uno ci cascò dentro e ce lo lasciammo. Chissà che fatica avranno fatto quando l'avranno travasata nelle lattine per versare nel trattore.
Dissi a Ettore:"Appena mangiato vengo a chiamarti e partiamo".
E, per finire la mattinata, provammo: demmo fuoco a un tutolo, lo lanciammo. S'incendiava bene.Tutto bene.
Il pomeriggio prendemmo la strada degli orti che costeggia la Bambina, ci avviciniamo al casotto e senza badare se dentro c'era qualcuno, zam, accendemmo l'unico fiammifero (se si spegneva quello guai!) e incendiammo il primo proiettile e via via, appoggiandoli l'uno all'altro, si incendiarono tutti e li buttammo sopra al casotto. Ettore, con uno acceso, li buttava nei buchi. Era ormai tutto secco, ma dentro non ci si vedeva.Era un casotto molto ben fatto, bello, scavato di sotto. Ettore continuava a bucare in quel modo e dove bucava si innalzavano fiammate. Appena vidi come faceva, buttai tutti i tutoli infiammabili che avevo sopra al casotto e poi via verso casa.
Scappando sentivamo: cric, crac, cric, crac: i bastoni si spezzavano, io avevo un po' di rimorso.
"Qui bruciano anche le piante intorno e facciamo danno!" dicevo a Ettore.
Quel giorno provai una fifa!
"Se venissero a saperlo!" pensai.
Io e Ettore ci promettemmo di tacere, sempre. Infatti così facemmo. Lo vennero a sapere dopo un anno.
Quel giorno tornammo a casa, poi andammo in piazza, girammo.
Verso sera Bertolotti andò al casotto e noi, che eravamo andati a vedere Ri.Tin.Tin alla TV, lo vedemmo tornare dagli orti con la testa bassa, triste. Arrivato, si mise a raccontare a tutti che era stato bruciato il casotto. E noi due, che eravamo lì ad ascoltare esclamammo:"Oh, vacca, hanno bruciato il casotto!"
Fingevamo di provare dispiacere.
Quando lo venne a sapere, Pigolotti fece gran chiasso, tormentò Giuliano, ma Giuliano e me non ci sospettò mai.
Per quel fatto scoppiò una guerra perché accusavano altri di averlo incendiato.(Livio)

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La galleria

La galleria fu costruita da Ettore e Franco. Io ci andavo perché ero considerato un po' il loro capo. Infatti se mi dicevano: "Livio, vieni a vedere il casotto che abbiamo fatto noi due? Vedrai che bello!", io dicevo sempre che era bello anche se era brutto.
"Ci stai anche tu? Se ci stai, in caso di attacco, in tre ci si difende meglio!".
"Ma sì, ci starò anch'io!" rispondevo, e li accontentavo.
Un giorno Ettore, Franco e Giuseppe mi dissero: "Vieni a vedere la galleria che abbiamo costruito".
Ci siamo andati io e Enrico.
Io, che ero abituato a stare in casotti alto, a pensare di dover star chinati, non me la sentivo, avrei preferito star fuori. Invece sotto c'era una bella erbettina sulla quale, appena coricati, veniva voglia di dormire., di coricarsi.
Allora ci coricavamo a pancia all'aria: il sole passava attraverso le foglie dei rami del soffitto, certe volte a fissarlo faceva male agli occhi. Qualche volta facevamo alle gare a chi resisteva di più a fissarlo.
Dopo aver dormito o stati fermi un po', ci saltavamo addosso là dentro, ne facevamo di versi!
Quella galleria deve essere stata distrutta da Bertolotti, un invidioso. La vide un giorno che era andato a fare il bagno e la distrusse.
La galleria era lunga quattro o cinque metri. Era stata costruita mettendo vicine tante piantine, fitte, piantate nella terra. Prima era stato fatto un telaio con bastoni. (Livio)

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Il furto

Quel rubamento lo feci proprio contro la mia volontà e ci feci la figura di stupido. Franchino era uno cui piaceva rubacchiare. Walter invece no, ancor meno di me.
Franco ci disse: "Ragazzi, portiamo via i soldi a zio Piero?".
"No" dissi io.
E Valter: "Sono quindici giorni che siamo qui; non ci tratta bene? Mangiamo le angurie a sazietà, perché derubarlo?"
In quel tempo andavamo a portar le angurie fuori della poponaia e zio Piero ci dava un'anguria ogni giorno e potevamo mangiarne fin che volevamo, insomma stavamo benone. Certo che al mattino dovevamo alzarci presto, facevamo uno sforzo, ma di un'anguria al giorno i miei erano soddisfatti. Però mi sono ammalato: al mattino presto c'era la rugiada e mi presi un forte raffreddore. Mio padre allora non mi lasciò più andare.
Da zio Piero c'era un casotto di frasche contenente le angurie; vicino ce n'era un altro di legno dove zio Piero teneva i soldi e le bottiglie di vino. In quel casottino tutti i pomeriggi egli prendeva la sbornia.
E' un buon uomo, non c'è che dire, parla un po' nel naso: ma lui prende le sue sbornie sacrosante tutti i giorni, quando è alla poponaia; e là tiene tanti scompartimenti per le bottiglie: qui quelle vuote, lì quelle piene,là quelle bianche, e poi quelle nere,quelle rosse, quelle verdi, tutte per lui. L'anno scorso quasi si bruciava. Gli si è incendiato il casotto di notte. Fortuna che c'erano due cartucce nel casotto e sono scoppiate, altrimenti zio Piero non ci sarebbe più.
A me rincresceva rubargli, tanto più che ero amico col ragazzo.
Franchino disse: " Ci state? Se non ci state, io vado".
Corse nel casotto e portò via più di 300 lire che poi spartimmo (125 ciascuno, a lui, che aveva fatto il colpo, 135).
Lo zio Piero era nella poponaia a staccare le angurie, noi le portavamo fuori. Arrivati nel casotto Walter strizzò l'occhio e Franchino saltò fuori, si mise i soldi in tasca, poi via a portare le angurie. Eravamo distanti da zio Piero un bel tratto, lui era svelto a spiccarle, noi a portarle faticavamo. Davanti a noi Franchino faceva cadere i soldi sul sentiero e noi, posando un momento l'anguria fingendo di riposarci, li raccoglievamo, naturalmente di nascosto. Lui aveva un paio di calzoni tipo blu-jeans con le tasche applicate, zec, cento lire le buttava in fondo. Valter fingeva di grattarsi una gamba e giù i soldi in tasca. Io lo stesso. In fila andavamo come tre indiani sul sentiero di guerra.
Nessuno di noi era convinto di aver fatto una cosa giusta. Ritornarli non potevamo, metterli di nuovo nel cassetto era pericoloso. Per farla breve arrivò Coppino e glielo raccontammo: "Ti diamo i soldi, però taci" gli dicemmo. Ma non è vero che andò a dirlo al nipote di zio Piero? Così dovemmo restituire i soldi. Io fui il primo a farlo. Me ne accordi quando in piazza vidi venire incontro a noi il nipote. Eravamo io e Franchino.
"Qui ci dice per i soldi" dissi io pianino a lui. Me lo aspettavo un tiro mancino da quello.
"Se date a me i soldi non dico niente a mio zio" disse.
"Come vuoi" dissi e glieli consegnai. Così i soldi se li tenne lui. Eravamo in tre in piazza: io, Valter e Franchino e potevamo picchiarlo perché eravamo arrabbiati. Ma non lo facemmo.
Quella fu la prima volta che rubai, ad eccezione naturalmente delle prugne di Donini nella vigna, dove ci sono spesso. Io le prugne non le ho e lui le lascia là a marcire, nessuno va a coglierle e allora…ci salto su io e me le mangio anche se sono un po' acerbe. L'uva e altra frutta invece ce l'ho e non tocco quelli di altri.
A me insomma rubare fa paura e valuto il pericolo. Se non ci fosse pericolo e non si facesse danno ci andrei. (Livio)

Le sigarette

Vicino alla Gambina, Franco aveva costruito una galleria per sorvegliare le anitre, in modo che nessuno gliele rubasse quando erano nell'acqua.
Era una bella galleria ed eravamo là tutto il giorno a giocare, far versi, arrampicarsi sulle piante.
Un giorno dissi:" Voglio farmi una pipetta!".
Presi una grossa ghianda, vi levai il coperchio col coltello, la pulii dentro con filo di ferro, la bucai, vi applicai una cannuccia di paglia , la riempii di baffi secchi di melicotto (granoturco n.d.r.) e, con fiammiferi portati da casa, accesi e fumai.
Con la pipetta accesa e i fiammiferi in tasca mi avviai alla galleria; ma la fumata durò poco perché dopo un po' la pipa si ruppe, con due boccate la ghianda era già finita. Allora pensammo di fare le sigarette.
Giuseppe corse a casa a prendere fogli di quaderno, carta che s'accende bene. Poi feci dei rettangoli di carta, lunghi un palmo, sopra ci sfarinammo di baffi di granoturco secchi, bruciati dal sole, insomma un bel tabacco, rotolammo tutto nella carta, poi una insalivata abbondante per incollare la carta.
Si faceva anche troppo bene. Noi non aspettavamo che fosse finita per farne un'altra e per con consumare tanti fiammiferi, accendevamo la nuova sigaretta a quella accesa, sempre così.
La preparavamo con quell'altra in bocca. Che tossite!.
Dai lati i baffi scappavano fuori e noi, per non mangiarli, li tagliavamo col coltello, in modo che parevano proprio belle sigarette, rotonde.
Io le facevo piccole, Giuseppe invece faceva dei pipettoni lunghi come il foglio di quaderno. Non riusciva a farle belle e le costruiva a forma di toscano, le arrotolava un po', accendeva e tirava: pet pet…
A volte in certi punti mancava il "tabacco" e la carta prendeva fuoco e gli bruciacchiava il naso. Allora tirava di quelle boccatacce!.
Quando io tiravo nella sigaretta mi pareva di essere un uomo. La sigaretta la tenevo sempre in bocca,così le mani erano libere per farne altre.
Ognuno accendeva le sue. Siccome se si smorzava, gli altri non lasciavano accendere, il mozzicone lo lasciavo giù e con quella nuova tiravo.
Là c'era un campo larghissimo di granoturco, per fumare tutti quei baffi avremmo dovuto fumare come negri.
Che belle giornate quelle! Però quando si tornava a casa eravamo intontiti, perché quando si arrivava al mozzicone ci si bruciava la lingua, sopra la quale pareva di avere i rospetti, tutto bruciore. Ed era un continuo sputare.
Ma era ugualmente bello: si tiravano boccatone grandiose, se si incendiava quand'era sotto il naso la si teneva un po' in terra perché altrimenti a dare una sola boccatina avrebbe ripreso subito a fiammeggiare. (Livio)

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Le teste di morto

A metà settembre faceva già frescolino. Un giorno io e Claudio pensammo: "Facciamo le teste di morto?".
"Ma sì".
Gli anni scorsi le avevamo sempre scavate nelle zucchine, ma in quel tempo non ce n'erano più, ci restavano le zucche, anche se un po' dure da svuotare. Il bello è che non sapevamo dove trovarle.
"Aspetta, aspetta - dissi a Claudio- vado nel campo dietro il mio orto, intanto che non c'è il padrone, a cercarne una ".
Trovatala, le facemmo un buco sopra e uno sotto e con un coltello la svuotammo. Il buco in fondo lo chiudemmo con un tappo di legno con al centro un chiodo per fissarci la candela, che poi per ilò naso e per la bocca avremmo accesa.
Vi intagliammo gli occhi, una bocca storta e il naso. Le orecchie erano appena segnate, facemmo dei graffi sulla fronte, i baffi e la barba e per capelli mettemmo i baffi del granoturco.
Alla sera Enrico e Claudio mi dissero: "Dobbiamo fare arrabbiare la Marion".
"Andiamoci" risposi io.
La Marion era una donna che bevevo molto e quei campi e quelle due case che aveva di sua proprietà se li ha bevuto fuori e adesso deve andare al ricovero. Quando aveva bevuto diceva che la stregavano.La sua vicina l'aveva fatta diventar matta con quegli stregamenti, a volte piangeva disperata dicendo: "Mi stregano, mi stregano".
Ettore una volta le mise dei sassi sull'uscio di casa e lei vedendoli disse alla vicina, disperata: "Mi hanno messo i sassi sull'uscio perché vogliono stregarmi. Io, una donna sola!".
Prendemmo la nostra zucca e andammo a far arrabbiare la Cecca e Alvaro, il figlio del meccanico. Tenendo la zucca in mano con la candela accesa dentro, gridavamo:"I grandi spiriti maligni, i grandi spiriti maligni!" e Cabrini continuava: "Mangiare, mangiare".
Alvaro che era piccolo, vedendo quella faccia illuminata scappò in casa a dirlo a sua mamma, poi saltò fuori suo padre in canottiera, perché stava lavandosi e noi scappammo.
Ci dirigemmo verso la piazza e i ragazzi di Bina, che stavano lì fuori, vedendoci con la testa di morto ci vennero dietro. Io, però, non avevo tanto coraggio a far arrabbiare la Marion, prima di tutto perché avevo paura che lo dicesse a mia nonna, perché sono cugino.
Intanto incontrammo Giuseppe e gli dissi: "Vieni a far arrabbiare la Marion?"
"Andiamo".
"Però ci pensi tu a far ballare la testa!"
"Vai alla finestra e le fai un po' di versi" gli dicemmo tutti.
"Si, si" rispose lui. Prese la testa di morto in mano e andò davanti all'uscio. Intanto noi aspettavamo che le facesse i versi, invece, paaan, un calcio contro l'uscio spalancandolo e mettendo avanti la testa di morto, gridò: "I grandi spiriti maligni, mangiare, mangiare".
La Marion spaventata aprì le braccia e gridò:" Mi stregano, mi stregano!"
Io la vidi aprire le braccia e sul tavolo di casa notai una bottiglia con sopra un bicchiere. Un'altra era in fresca nel secchio. Poi scappai. Giuseppe restò qualche tempo ancora con la testa in mano fino a quando lei non saltò fuori di casa, poi fuggì.
Io e Claudio scappammo verso Cios, i ragazzi di Bina verso piazza e Giuseppe verso casa.
Dopo un po' dissi a Claudio: "Voglio andare a prendere la mia zucca, non voglio lasciarla a Giuseppe".
Pian piano ci dirigemmo verso casa sua, io davanti avanzando lentamente, passo passo, stando in ascolto di qualsiasi rumore: "Non vorrei che la Marion saltasse fuori e mi lasciasse andare un paio di stangate!" dissi a Claudio.
Ad un tratto Claudio, che era dietro di me, lanciò un grido: "Ahh! Mamma, mamma, muoio, muoio!", tenendosi con una mano il cuore e dandosela a gambe. Io dietro lui correvo spaventato, ma non ce la facevo a starci dietro, filava troppo forte, sembrava indiavolato.
Fermatosi, gli domandai: "Cos'hai?"
"Dietro il carro del mediatore ho visto la Marion che ballava in sottoveste, sbatteva i piedi e alzava le mani come una matta".
In quel momento, sentendo l'urlo, saltò fuori di casa la Rosa: "Cosa avete, cosa avete?" ci domandò.
E cominciammo a raccontarglielo. Dall'emozione io faticavo a respirare e sudavo. La Rosa, preso un mestolo d'acqua ce lo buttò addosso e mi venne freddo e un certo malessere. Intanto che eravamo lì spaventati, arrivò la Marion con le braccia incrociate e con la sua voce calma disse:
"Vengono a far arrabbiare una povera donna sola, indifesa…".
Noi non dicemmo nulla e la Cecca per difenderci le rispose: "Adesso non verranno più. Lo dico io alla nonna di questo", che ero io.
Io feci per andare a casa, ma dopo qualche decina di metri ritornai dalla Cecca: "Insomma, viene a accompagnarmi a casa che no ho tanto coraggio!" le dissi.
Lungo la strada sentimmo un altro grido: Ahh! Era ancora Cabrini. La Piera, che abitava lì vicino, era andata a prendere l'acqua al pozzo e per andare in casa doveva fare una curva, passando fece: "Bau!" a Cabrini che ritornava a casa e lui si spaventò di nuovo. Lei naturalmente non sapeva quel che era successo.
"Sentite che voci!" dissi alla Cecca.
Alla mattina, appena alzato, andai dritto a casa di Giuseppe. Incontrai la Nina che mi disse:
"L'hai presa una paura ieri sera!"
Fu mia nonna a raccontarglielo perché aveva il granoturco nell'aia di Ferrari.
"Dov'è la zucca?" chiesi a Giuseppe.
"E' qua, è qua".
Presala, con forza la buttai per terra rompendola in tanti pezzi, e la lasciai in pasto alle anitre. (Livio)

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Le pipette (isolatori)

Mio padre non voleva che tirassi alle pipette e aveva ragione, perché se si rompono i fili si fanno saltare le valvole.
Noi sapevamo il pericolo a cui andavamo incontro, ma sia in piazza, sia vicino a casa mia erano tanto belle! Anche adesso, che non ho più la fionda, mi tentano.
Insomma, quando vedevo una pipetta, io non ero capace di lasciarla stare: sparavo fin che la colpivo e facevo saltar via il vetro.
Una volta ero con Davide e Stumec e questi, pur essendo pessimi tiratori, si misero a tirare alle pipette, ma non le prendevano mai. Mio padre mi aveva appena fatto una ramanzina perché vicino a casa mia ne avevo appena spaccata una, ed altre erano rotte da quando tirava anche mio fratello.
In principio mi trattenni dal tirare, poi vedendo che sulla strada non c'era nessuno, ne buttammo giù due in un attimo.
In quel punto stava passando Creolina, uno che abitava qui ed ora è a Milano, mi vide e lo disse a mio padre.
"Ho visto vostro figlio tirare alle pipette".
A mezzodì, quando arrivò a casa, sentii una predica di quelle sonore.
"Ma non sapete che se vi vedono gli elettricisti vi danno la multa? E poi è facile che saltino le valvole!".
A volte si colpiva il filo. Il filo oscillava, quando i fili si toccavano facevano scintille. (Livio)

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A rubare l'uva

Eravamo in settembre, io e Ettore ci trovavamo soli nei campi a caricare l'erba. Finito il lavoro vedemmo Peppi, il guardiano della vigna di Donini, sulla strada, anziché nella vigna.
"Andiamo a rubare l'uva?" dissi a Ettore
"Andiamo".
Ne mangiammo a volontà e mentre stavamo ritornando vedemmo Peppi entrare nel casotto.
"Cosa facciamo" gli domandai.
"Prendiamolo in giro?"
Ci avvicinammo al casotto e lo chiudemmo dentro cominciando a dar calci e pugni nelle pareti di paglia e gridando: "Non vi apriamo più! Vi buttiamo col casotto nel fosso".
"Apriteli! Apriteli! Vi denuncio" gridava lui da dentro.
Noi ridevamo a crepapelle, poi prendemmo tutti i suoi arnesi e indumenti che stavano vicino al casotto e li buttammo sulle viti e nel fosso.
Lui dentro continuava a gridare: "Vi denuncio! Lo dico al padrone. Vi faccio pagare la multa. Lazzaroni, vi faccio mettere in galera!".
E noi senza paura, sghignazzando e lanciando calci nel casotto gli gridavamo:"Non vi apriamo più, non vi apriamo più".
Poi ci allontanammo un poco e dicemmo: "Gli apriamo o lo lasciammo rinchiuso?"
"Lo lasciamo rinchiuso e andiamo a casa?"
"E' meglio aprire, lui non ha una gran volata e facciamo presto a saltare il fosso e scappare".
Apertagli la porta ci allontanammo gridandogli: "Pepponeee! Gobbooo!"
Lo disse al padrone che andò in Comune a riferirlo.
Tornando dai campi mia mamma incontrò il padrone sulla salita del Laghetto.
"Deve venire in Comune per suo figlio"
"Per cosa?"
E glielo raccontò.
Tornai a casa e stavo silenzioso, pensando:
"Chissà che non lo sappia nessuno".
Entrò mia mamma, mio babbo era già tornato e si mise a gridare.
"Cosa c'è?" domandò mio padre.
"Non sai cosa ha fatto Franco oggi?"
"Cosa?"
"Ha rinchiuso il camparo di Donini nel casotto e l'ha fatto diventar matto".
Mio padre sentendo questo mi tirò addietro i suoi stivali e presa la scopa mi rincorse attorno alla tavola. Scappai nell'aia e fin dopo le nove o le dieci non rientrai.
"5.000 lire di multa devi pagare" gridava mio padre per farmi maggiormente paura.
Corsi da mia nonna: quella sera non cenai.
Quando rientrai gli era già passato il nervoso, comunque presi una grande paura perché se mi prendeva fra le mani in quel momento mi ammazzava. Mio padre è così. (Franco)

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La biscia uccisa

Avevamo già costruito il casotto e dovevamo fare il recinto per tenere riparata la sentinella: perché era giusto che anche lei stesse al coperto e potesse difendersi se il nemico avesse attaccato di sorpresa.
Quel pomeriggio eravamo arrivati prima io ed Enrico al casotto, senza attendere gli altri.
"Andiamo a cercare qualche palo" gli dissi, e con la nostra roncola ci avviammo verso la Gambina, dalle parti di Pontirolo.
A noi occorrevano dei bastoni di dieci centimetri di diametro per fare un recinto intorno al casotto, una palizzata come nei forti degli Apaches.
Andavamo e intanto parlavamo.
"Ce ne vorranno tanti, no?"
"Certo"
"E come li pianteremo?"
"A metterli un po' distanti l'uno dall'altro si fa con meno"
Ad un tratto, sentiamo in un fosso una rana piangere: ga, ga, ga.
Corremmo là, e appena Enrico vide che c'era una biscia con in bocca una rana, tornò indietro. Io in mano avevo niente: corsi dietro a Enrico, presi un bastone, lo pelai con la roncola e pian piano mi avvicinai alla biscia.
La rana era stata presa di dietro e aveva fuori la testa: la biscia stava succhiandola. Le sferrai una bastonata! Ma non la presi: presi una inzaccherata di fango e d'acqua. Intanto la biscia era sgusciata via ed io pian piano la seguii per non farmi sentire; quando si fermò ed io fui sicuro di poterla colpire, le sferrai una bastonata secca sulla schiena: ma correva ancora. Col bastone la sollevai e la buttai sulla riva e là le diedi una quantità di bastonate. Intanto però la rana l'aveva già ingoiata tutta. Uccisa, la presi per la coda e la sbattei due o tre volte contro una pianta finché sputò la rana.
C'era una puzza di marcio, dopo aver sventrato la biscia, che metteva nausea.
Arrivai al casotto li trovammo quasi tutti.
"Ragazzi, abbiamo trovato una biscia e l'abbiamo uccisa e le abbiamo cavato la rana".
"Non avevate paura?"
"Lui, quel fifone, ha sempre paura di tutto" risposi indicando Enrico.
"Andiamo a vederla?"
"Andiamo".
Andammo tutti sul posto. Il giorno dopo ripassammo: la biscia era secca e rigida.
I pali li trovammo ugualmente sulle piante e facemmo la palizzata. (Franco)

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La sassata

Alla guerra dei casotti partecipava mio cugino Roberto. Una volta, dietro una pianta c'era un gruppo di ragazzi, fra i quali uno chiamato Stumec e Zecchini.
Zecchina era dietro la pianta ma apparteneva alla squadra del cimitero: aveva una mano sporgente dal tronco e mio cugino la vide, mirò e lo colpì con una sassata. Quello saltava dal male.
Il giorno dopo Zecchini picchiò mio cugino: "Sei stato tu a colpirmi con la sassata! - diceva.
Io non partecipavo alle guerre perché avevo paura delle sassate. La guerra mi piaceva vederla; io parteggiavo per la squadra di piazza perché vi apparteneva mio cugino Roberto (Delfo).

La battaglia più accanita

Noi eravamo al casotto e volevamo raccogliere carèze. Ne vedemmo un bel mucchio già legato e dicemmo: "Prendiamo queste, il padrone si arrangerà".
Poco dopo arrivarono quelli di piazza a prenderle. Cominciammo a discutere. Uno ci disse:
"Io stasera vengo qui e vi butto giù il casotto".
"Vieni e ti aggiusteremo le ossa!" rispondemmo.
Alla sera andammo là e trovammo il casotto bruciato e demmo la colpa a loro, invece era stato Livio. E a loro dichiarammo guerra. Essi chiamarono rinforzi alla banda di Livio, così eravamo in due contro 14.
Ci siamo scontrati fuori dai casotti, dove c'erano fossi profondi che per noi erano una buona difesa.
I nemici avevano formato un semicerchio, ma noi ci difendevamo bene: non riuscivano ad avanzare.
Poi ebbero altri rinforzi che agirono alle nostre spalle e ci dissero: "Siamo con voi! Siamo con voi!", ma quando furono vicini, ci spararono a tradimento. Per fortuna evitammo i colpi, ma dovemmo fare una corsa di tre o quattro chilometri. Per andare in salvo dovevamo passare il Laghetto.
"No- mi disse l'amico- andiamo avanti insieme, tutti e due uniti, e rompiamo lo schieramento in un punto: dove scappano noi fuggiamo".
Da una parte fummo capaci di rompere e fuggimmo: andammo a rifugiarci in un silos. E loro circondarono il silos. Per noi, da lassù, era facile lanciare verso il basso, mentre essi faticavano a colpirci e a mirare. Poi non potevano salire la scala perché dall'alto noi avremmo bucato la testa. Si arresero loro e venimmo via.
Lungo la strada ci vennero incontro, noi ci rifugiammo in un fienile, ma i sassi colpivano i travi e i tetti sotto i quali noi eravamo riparati (Tonino)

A contatto degli adulti però, le birichinate divennero cose serie, come spiega il seguente racconto.

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Angurie pagate care

Il "Pupo" era un uomo non tanto grande, gobbo, e camminava zoppicando con il collo un po' storto. Erta tirchio come un laccio di scarpa: una anguria che valeva 200 lire la faceva pagare 250. L'altro cocomeraio ce le regalava le angurie di scarto, questo invece piuttosto le dava alle galline.
Un pomeriggio io, Flavio e Giuliano andammo ad acquistare una anguria da lui e vedemmo che era solo. Mentre l'acquistavano io ero andato al cesso.
Ritornando ci domandammo: "E' solo, andiamo a rubargli le angurie?
"Ci andiamo?"
Intanto incontrammo Gabriele e Ettore e ci associammo per andare a rubare assieme.
Attraversammo la vigna di Gioio e ci trovammo di fronte alla poponaia. Nessuno voleva entrare per primo e stemmo lì parecchio tempo a discutere.
"Va dentro prima tu"
"Vado dentro io"
"Vai dentro tu"
"Vado dentro io"
Alla fine entrarono per primi Ettore e Giuliano con una roncola ciascuno in mano. Ettore diceva: "Io me ne intendo, vedrete che sceglierò quelle buone".
Ettore e Giuliano con le nocche delle dita le picchiavano per sentire se erano mature, poi le spiccavano e le mettevano sul sentiero ed io e Flavio le portavamo fuori.
Apertele, erano tutte bianche e gli dicemmo: "Sono tutte bianche quelle che avete scelto finora".
Ettore: "Facciamolo il tasto, se son mature le stacchiamo, se son bianche le voltiamo dall'altra parte e le lasciamo là".
Così fecero, tagliarono le angurie più grosse perché avevano il diritto di essere mature. Un tasto, vedevano che era bianca e via con la schiena piegata verso un'altra anguria. Un altro tasto, ancora una bianca e via verso un'altra. Fecero passare così mezza poponaia.
Ettore e Giuliano seguitavano a correre avanti e noi dietro e man mano che mettevano le angurie sul sentiero noi le portavamo fuori, ma ce ne misero poche perché erano tutte bianche. Continuavano ad avanzare su tralci e sui cocomeri. Ad un tratto, mentre io e Flavio ritornavamo tra i sentieri sentimmo una voce gridare:
"Guarda che rubano le angurie! Guarda che rubano le angurie!"
Scappammo. Ettore attraversando la poponaia alzò la schiena e lo riconobbero.
Era stata la figlia del cocomeraio che era capitata lì da suo padre. Attraversammo a gran velocità il campo di granoturco di Galli prendendo certe fusate mentre correvamo nei solchi!
Facemmo presto ad arrivare a casa mia. Drizzona è grande ma è tutta unita. Ci lavammo bene per non farci conoscere che eravamo sporchi d'anguria. Gli altri se ne andarono ed io restai a casa facendo finta di niente.
Venne a casa la vicina e mi disse: "Eri forse assieme a Ettore a rubare le angurie?"
"Io no, son sempre stato a casa fino adesso, non sono mai uscito".
E per paura che dalla faccia che avevo mi scoprissero andai in casa.
Alla sera il cocomeraio andò a casa di Ettore:
"Dov'eri oggi?" gli domandò.
" A portare il letame nei campi con gli uomini"
"E' stato a letame tutt'oggi" gli disse sua madre.
Intanto che gli uomini scaricavano il letame dal carro lui era venuto con noi, ma lei non lo sapeva.
Mio padre quella sera non venne a sapere niente e tutto si smorzò.
In piazza, dal barbiere, il giorno dopo, dove ci andavano i soliti: Il barbisoon, il barbiere e gli altri, domandarono a Flavio e Gabriele, che erano sempre là anche loro, chi erano stati a rubare le angurie, fin che lo vennero a sapere.
Passarono due giornate e a casa mia non vennero a sapere niente. Quando mio babbo veniva a casa dai campi avevo sempre paura che fosse venuto a saperlo, perché nei campi parlano e una cosa fa presto a circolare, ma niente.
La domenica mio babbo andò a portare la paglia sul fienile di Ferrari. Avevano appena trebbiato.
C'erano tre o quattro uomini: Bassi, Michele, e Stefanini che sapeva tutta la storia e la raccontò a mio padre.
"Vieni qua Franco" gridò mio babbo dal portico.
Gli andai vicino e gli domandai con buona maniera: "Cos'hai?"
E lui: pann! Un calcio nel sedere! Stetti lì meravigliato e mi domandai perché mi avesse picchiato.
"Cos'hai fatto l'altro giorno?" seguitò lui gridando.
A me non venne in mente niente al primo momento e mi domandai: "Cosa ho fatto?".
E lui: "Brutto lazzarone, cos'hai fatto?"
Mi vennero in mente le angurie e scappai subito a casa. Lui non mi corse addietro perché stava lavorando.
In casa lo dissi subito a mia mamma:" Io non l'ho fatto apposta. Non lo sapevo neanche che avevano tagliato le angurie. Io non so niente - seguitavo con voce pentita - sono andato là per mangiare un'anguria, lo sai…"
"Brutto stupido!" esplose mia madre gridando, arrivandomi con due o tre schiaffi. Ma i suoi non mi facevano male, piuttosto quelli di mio padre che me li faceva sentire sonoramente.
Ettore, intanto, l'avevano già messo a letto. Suo padre imprecava mentre con i pugni lo picchiava sulla faccia e sulla testa. Lui non piangeva neppure più, gliene suonarono tante che non le sentiva più. Poi svenne e lo presero e lo portarono a letto.
Quando venne a casa, mio babbo fece ugualmente. Non mi fece svenire perché c'era mia mamma che lo fermava, però mi diede tante di quelle stangate, scopate e schiaffi che finii per andare a letto e quella festa non uscii.
Mia mamma intanto andò a vedere dal cocomeraio che danno avevamo fatto. Lui voleva molti soldi: diecimila lire ciascuno, cinquantamila in tutto.
"Cos'ha in testa? - mi domandavo- dove vado a prenderle diecimila lire in casa mia?"
Flavio e Giuliano quella sera andarono a vedere, io non avevo il coraggio di farmi vedere, non andavo più fuori.
Mio padre mi disse: "Se c'è da pagare vieni a lavorare, altrimenti io non pago".
Mia mamma andò un'altra volta dal cocomeraio per vedere cos'era il danno e la cifra era molto più bassa. "Con mille lire ciascuno ci aggiustiamo" - le disse, e le fece vedere le angurie che avevamo tagliate, ce n'era una carretta.
"Lasci pure, lasci pure - gli disse la mia mamma - fa senza farmele vedere tutte".
Al lunedì innaffiammo i campi con getti a pioggia e c'era da andare in mezzo alla poponaia di Caprioli. A me e Ettore il fango dava alle ginocchia e facevamo di quelle capriole! Dovevamo guadagnarceli i soldi se volevamo pagare il Pupo.
Lavorammo anche di notte per trasportare i tubi, ma ci piaceva. Si dormiva sui materassi in mezzo ai campi e ci davano i cambi e non ci si vedeva, c'era tutto buio. Io e Ettore ci immaginavamo di essere chi lo sa chi a fare questo lavoro.
Presi duemila lire: con mille pagai il Pupo e mille le diedi a mia mamma. (Franco)

Ed ecco la triste realtà: nel ragazzo muore a poco a poco il bambino e si apre alla vita l'uomo, con altri desideri, altri problemi.

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Le ragazze di Abano

Un giorno che stavo andando, con un bambino di otto anni, a fare il bagno, in una boschina trovo due ragazze.
"Si può stare qui?" mi domandano.
"Fin che non viene il padrone a gridare potete starci fin che volete" risposi, e me ne andai.
Nel ritorno c'era anche Piero con noi. Le ragazze erano ancora lì e io: "Di dove siete?"
"Di Abano"
"Siete qui dai vostri zii"
"Si"
Una era amica dell'altra, che era la nipote della mugnaia. Si chiamavano Silvia e Aurelia. E parlammo.
Io cominciai a contar frottole, ero sempre io a parlare. Dopo venne anche Pigolotti, ma loro non parlavano mai, continuavano a ridere.
"Noi siamo tutti studenti, facciamo la terza media" continuai. Walter era alto e io: "Lui ha diciotto anni", e invece ne aveva 14. Insomma, neanche una verità.
E poi: " Volete venire a mangiare le prugne nella mia vigna?" Invece andammo a rubarle in quella di Donini.
Pareva che esse credessero a tutto.
Il piccolo Marino, che avevo con me, sapeva pronunciare parole con accento meridionale. Ed io:
"Questo bambino è napoletano"
Lui diceva: "Che disceee… che disceee…"
E loro, ingenue: "Si vede, si sente che è napoletano…"
Poi ci trovavamo tutti i giorni sul ponte e andò a finire che dissi tutta la verità: che io ero stato bocciato, che la vigna non l'avevo, che Marino non era napoletano.
Con quelle di 14 anni, che era più alta di me, feci un po' d'amicizia. Ci raccontammo le nostre cose. Lei mi ha raccontato che aveva avuto il fidanzato, che l'aveva conosciuto il giorno delle Palme, che si chiamava Remigio, che aveva 20 anni. E non erano frottole, mi ha fatto leggere una sua lettera, percè lei gli aveva scritto che l'aveva lasciato e lui le aveva risposto cose disonorevoli per lei.
Stavamo a parlare delle mezze giornate. Sembrano sciocchezze le cose che ci raccontiamo, ma per noi ragazzi sono belle…Io, quando andavo al cinema trovavo sempre qualche ragazza che mi faceva compagnia, a scuola c'era una ragazza che , invece di stare attenta alle lezioni, continuavo a guardare, ci trovavamo nell'intervallo e parlavamo. Durante le ore di scuola pensavo a lei.
Queste sono state qui un mese. Io dovevo fare un mucchio di lavori, andare nell'orto a zappare, a innaffiare, andavo a casa che erano le sei della sera: correvo come un matto a fare i lavori alla svelta altrimenti i miei gridavano.
Esse, invece, erano sempre ben vestire; quella alta lavava un po'. Certe volte andavo da sua zia a prendere la farina ed era sempre dietro a gridare perché non facevano mai niente. Si alzavano alle dieci, quando io avevo già fatto due ore di lavoro.
Alla mattina mi alzavo apposta alle sei, sei e mezza: mangiavo alla svelta e andavo nell'orto per finire presto. A volte chiamavo qualche ragazzo ad aiutarmi.
"Vieni, aiutami, facciamo presto che dopo andiamo là"
Un giorno fecero un gioco e siccome io non c'ero mi mandarono a chiamare, ma io non andai perché la sera prima, con quella alta, avevo brontolato e con Pigolotti preferii andare a fare il bagno al Cavo.
Lei vedeva che non arrivavo e mi mandò a chiamare a casa, ma non c'ero. Dopo il bagno restammo in piazza e sapevamo che erano giù al Laghetto, ma ci andammo solo quando vennero a chiamarci ancora.
Facevano i giochi delle pene: baci, quelle cose lì. Avevamo consegnato un oggetto ciascuno a chi doveva tenerlo, e quando quello ne estraeva uno, il proprietario dell'oggetto doveva dare tre baci a quella ragazza e il più delle volte sorteggiavano apposta gli oggetti per fare baciare questo con quella. Quando è toccato a me baciare, io non l'ho fatto. Loro avevano già baciato. Io mai.
Un'altra pena era questa: andare a girare sotto braccio per la boschina. Io e quella di 14 anni ci andavamo volentieri. L'ultimo venerdì che sono rimaste (sono partire il lunedì) appena ci siamo messi a braccetto e siamo entrati nel bosco, le ho detto: "Ti voglio bene".
Dopo un po' mi ha detto: "Anch'io".
E ci siamo fermati e abbiamo parlato: ci abbiamo impiegato mezz'ora a fare cento metri.
Qualcuno, stupidello, veniva a guardarci, ma noi niente, non so quanto tempo, mezz'ora, un'ora, abbiamo impiegato a fare il giro. Ci dicevamo tante parole.
Un giorno mi accompagnò a casa. Attraversammo un campo largo 300 metri e prima che andassi giù dalla strabella che portava sulla strada, ci baciammo.
Al lunedì sono partite, ci siamo parlati per l' ultima volta.
Con me era mio fratello che con una scusa mandammo da un'altra parte insieme all'altra ragazza e noi andammo avanti un bel pezzo in bicicletta e parlammo di noi.
Lei mi disse che non sapeva se sarebbe ritornata ancora, e poi sarebbe andata a studiare in Svizzera.
Adesso ci scriviamo. Lei mi ha dato la sua fotografia. Io però non gliel'ho data perché non ne ho nemmeno una.
Mi dispiaceva quando Flavio raccontava le barzellette sporche: io davanti a loro ero sempre serio, facevo finta di non capire, sempre a capo chino. Anche loro non ridevano mai e Flavio contava, contava… (Franco)


Addio tempo felice delle guerre dei casotti.
Resta nella memoria come il più bello della nostra vita.

Fine

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